Per tutti quelli che, fermandosi a contemplare il tramonto per quei cinque minuti da quando il sole inizia a toccare l'acqua a quando scompare completamente, sono riusciti, anche solo che per un attimo, a sentire il ribollire del mare all'orizzonte.
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sabato 12 dicembre 2009

Un'ora e mezza di vita (in itinere)

Questo giornale puntiglioso e frequente della mia vita riprenderà a parlare di un tema già trattato in precedenza.
Forte del fatto che ormai penso di essere il solo lettore di queste righe, utilizzerò il mezzo per pubblicare una fiction su qualche atto giudiziario oppure un televoto su quello che pensa la gente dei processi in corso. Penso sia doveroso dopo la sentenza emanata ieri dal CDA della RAI sull'argomento, che vieta alle trasmissioni del gruppo di mettere in onda ricostruzioni o opinioni su quello che sono, fondamentalmente, le vicende giudiziarie che riguardano il Primo Impiegato dello Stato (Berlusconi n.d.r.)
Malgrado lo scopo sia quello, credo anche che questa sentenza possa avere un risvolto positivo per quello che riguarda "Porta a Porta", finalmente non dovrebbero più vedersi quelle macabre e schifosissime ricostruzioni di scene del delitto che negli ultimi anni hanno fatto nauseare parecchie persone.

Tuttavia in questa sede non si voleva parlare di questi fatti, ma, come al solito, di cose molto più intime e personali, ossia la strada che ogni giorno percorro da casa a lavoro.
Ovviamente tutti hanno un proprio percorso. Io so di condividere il mio, più o meno, con la maggior parte di quelli che conosco e che abitano nelle mie zone. Un percorso che malgrado la routine giornaliera ed il mesto scopo principale che è quello di passare otto ore o più a sudarsi le 'palanche', può anche essere vissuto come un momento nobile della nostra giornata. Vorrei riportare al post Ma come fanno i Marinai, dove già avevo descritto la stessa situazione in terra di Spagna.

Bene, ore 6,20/6,30 sveglia e colazione, poi, da alcuni mesi, faccio un po' di ginnastica in preparazione al fantomatico Camino de Santiago (che chissà se riuscirò a fare la prossima Primavera/Estate): un quarto d'ora d'attività fisica, che forse non serve a nulla, tranne che a svegliarmi un po'.
Le opzioni sono macchina o scooter. Ma con la macchina l'unica differenza è l'autostrada, che ha poco da raccontare.
Scooter: se alla fine riesce a partire (cosa non scontatissima, data la batteria dotata di uno spiccato talento nello scaricarsi) si sale in sella e senza minimo sforzo si inizia a scivolare in giù per la Valpolcevera. Tutto sommato devo fare qualche salto tra andata e ritorno, difatti mentre all'andata la discesa ha tonalità tristi e grigie, il ritorno impialliccia la vallata di un'aurea di bellezza estrema. A parte la differenza di approccio che ha il ritorno a casa rispetto all'andata a lavoro, credo che la prospettiva che si ha nella salita, anche leggera, rispetto alla discesa, lasci tutto meno precario. Credo che il senso della vista ed anche gli organi sensoriali dell'equilibrio, abbiano una maggiore stabilità quando il cammino non si sfila sotto di te ma si incunea. Inoltre, nel mio caso, almeno nei periodi in cui tornando c'è ancora un po' di chiaro, passando Bolzaneto sembra di essere catapultati in un altro mondo, molto più bucolico e reale di quello lasciato indietro.
Ma torniamo alla discesa, Bolzaneto, dicevamo, poi Trasta (prendo la strada del lato destro del torrente; via Romairone, Corso Perrone..) Fegino. Comincia ad aprirsi la vista quando arrivi a Campi, con le nuove installazioni: Ikea, Decathlon, Castorama. Quando si arriva allo stradone nuovo che poi sfocia nel ponte di Cornigliano, inizi ad annusare il mare ed il cielo. E' il primo momento in tutto il tragitto in cui gli spazi si dilatano, non vedi il mare direttamente, ma stormi di gabbiani, sempre affamati ed agitati creano un ambiente marino e spaziale e si smorza un po' quel senso di perdita di libertà che hai quando lasci il tuo letto comodo per andare a lavorare (scomodo).
Spesso al semaforo in fondo alla strada mi fermo a contemplare quei gabbiani. Guardandoli ho sempre pensato che Bach, nel racconto del gabbiano Jonathan Livingstone, si sbagliasse nei riguardi del loro modo di volare. Certo, i falchi sono altra cosa, ma se vi fissate su un gabbiano vedrete che il loro volo ha qualcosa di nobile, non veloce, ma di certo studiato e dinamicamente perfetto per il tipo d'ala che si ritrovano. Quasi mai si vedono sbattere le ali per più di un paio di secondi ed il più piccolo soffio d'aria gli è sufficiente per recuperare 10, 20 metri d'altezza senza il minimo sforzo: li osservo e li invidio fortemente!
Via Pacinotti, Fiumara, Lungomare Canepa: industria e commercio, quasi come per tutto il resto del tragitto. In fondo a Sampierdarena (od all'inizio, per i 'genovesi') inizia la Sopraelevata (o finisce, per i 'genovesi').
Diciamo, per chi ha letto il post citato in precedenza, che la Sopraelevata è un po' l'analogo dell'unione di calle Alcalà, e della Gran Via, non per stile, né per sensazioni, ma per quel sottile filo che unisce le parti più emozionali delle città del mondo, una specie di file Power Point mentale che abbraccia ciò che più ti mette all'interno di una situazione. La sopraelevata ti spinge dentro Genova, sfiorandola, proprio come il volo di un gabbiano. Ed in moto, soprattutto, come un gabbiano in volo radente al levarsi del sole, plano nello sfilare dei palazzi cinquecento/novecenteschi, Wtc, Matitone, Palazzo del Principe, Commenda, Palazzo reale, Porta dei Vacca, San Giorgio... Poi manca il vento, scendo e sono in porto, ma proseguendo sulla sopraelevata si arriverebbe alla zona delle Mura della Marina, forse la più bella e sicuramente il quartiere più antico e variopinto del centro città.
Comunque, dicevo, io scendo prima, passo il mercato del pesce ed entro in porto dal Varco delle Grazie e sono catapultato in un altro mondo. Genova è proprio così: alcuni comparti stagni che racchiudono mondi distantissimi tra loro.
Il porto ha vita propria. Appena entri spesso hai la sensazione di essere nello Zambia ed iniziano a sfilarti davanti camioncini di quarant'anni con il cassone pieno di extracomunitari appesi come negli autocarri che percorrono le savane africane. Un altro mondo, dicevo, forse sconosciuto alla stragrande maggioranza dei leghisti della prima e dell'ultima ora.
Poi i bacini di carenaggio, l'odore del porto, il fumo e le fiamme che saldano le navi. Fortunatamente lì abbiamo solo la sede, poi mi cambio e vado altrove.

Il ritorno ha risvolti diversi a seconda della stagione della situazione meteo, di quello che devo fare una volta arrivato a casa, ma lasciare Genova ai suoi problemi è per me un sollievo enorme. Tuttavia, spesso, arrivato a casa, salendo sul terrazzetto vedo ancora qualche stormetto di gabbiani che sorvola senza fretta la confluenza dei due fiumi alla ricerca di qualche bocconcino per cena. Quindi lascerei questa pagina con una frase che il vecchio gabbiano Ciang dice al simpatico Jonathan Livingstone:


"Il paradiso non è mica un luogo. Non si trova nello spazio e neanche nel tempo. Il paradiso è essere perfetti. Tu sei uno che vola velocissimo, vero? Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa 1.000 miglia all'ora, né 1.000.000 miglia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là".

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